28Lug

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Il lavoro in partita Iva è strutturalmente instabile, quindi lascia una neomamma esposta a un’assenza di tutele che esaspera in modo eclatante il già malfermo welfare, direi la vera e propria solitudine istituzionale, a cui la partita Iva la condanna. Al momento comunque, e stanti le recenti conquiste che ACTA, l’Associazione Consulenti del Terziario Avanzato, ha ottenuto nell’ambito del Jobs Act Autonomi entrato in vigore nel 2017, restano aperti i seguenti punti critici: il criterio contributivo che consente l’accesso all’indennità di maternità dovrebbe far riferimento non ai 12 mesi precedenti il congedo, ma a un periodo più ampio e tener conto anche degli eventuali contributi versati prima della partita Iva, ad esempio in un’esperienza di lavoro dipendente; in alternativa, bisognerebbe istituire un’indennità di maternità minima e universale, che consenta anche a chi ha da poco aperto la partita Iva di scegliere e godersi la maternità; procedure più snelle per il calcolo e la liquidazione dell’indennità, specialmente quando il periodo di congedo è a cavallo di due anni fiscali: al momento, infatti, questo calcolo è tutt’altro che automatico ed è la neomamma a dover richiedere un eventuale saldo contabile l’anno successivo; un trattamento diverso, in termini economici, per le gravidanze gemellari, che ad oggi vengono indennizzate come quelle singole; l’introduzione, in qualche forma che andrebbe pensata ad hoc, dei riposi per l’allattamento, al momento non previsti per le mamme con partita Iva. Infine, direi che a cambiare dovrebbe essere allo stesso tempo anche il pensiero sociale sulla maternità delle libere professioniste: molti, infatti, ancora si stupiscono che una libera professionista abbia diritto all’indennità di maternità, e questa secondo me è una spia molto eloquente della percezione tutt’ora distorta, diciamo “svilente”, che abbiamo di certo lavoro femminile, in particolare di quello intellettuale e creativo, solo perché svolto magari da casa e fuori canonici orari di un ufficio..

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